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Di Hopper, di cinema e fotografia.

A Roma, nel Complesso del Vittoriano, è ancora in esposizione fino al 12 Febbraio la mostra del mio pittore preferito, Edward Hopper, che ieri ho avuto il piacere di visitare.

Non vi tedierò con una biografia completa di questo grande artista ma non posso esimermi dal darvi qualche breve informazione, almeno per collocarlo nello spazio-tempo.

Hopper è nato nel 1882 in una piccola cittadina dello Stato di New York ed ha sin da piccolo mostrato un interesse ed una notevole abilità nel disegno, abilità che non è sfociata subito nel successo (la svolta nella sua carriera artistica avvenne relativamente in età avanzata, nel 1924) ma che quantomeno gli permise di guadagnarsi da vivere come illustratore pubblicitario.

Viaggiò molto in giovane età, anche se il suo periodo all’estero è concentrato in 4 anni durante i quali si recò a Londra, Bruxelles, Berlino, in Spagna ma soprattutto a Parigi; dopodiché non lasciò più la sua amata New York fino alla sua morte avvenuta ad 85 anni nel 1967.

Fine della biografia (ulteriori dettagli, qui su Wikipedia).

Inizio della parte interessante.

Hopper è un tipo relativamente schivo, di poche parole, magari un po’ brontolone (proverbiali le sue litigate con la moglie Jo), che ama osservare. I suoi quadri rispecchiano un po’ questa sua indole catturando la solitudine, che sia di soggetti animati, inanimati o che riempia degli spazi.

Amava gli Impressionisti, in particolare Degas, ed il suo stile ne è influenzato anche se è declinato in un modo tutto suo, estremamente fotografico e cinematografico, tanto da esser stato di ispirazione per molti registi famosissimi.

Le linee, gli spazi, la luce, il soggetto in movimento di questa sua incisione del 1921 (Night Shadows), non vi ricordano i film noir degli anni 50?

 

Proponendovi, andando più nello specifico, quest’opera del 1925 (House By The Railroad)…

…non vi viene in mente un famosissimo cupo e sinistro Motel?

Esatto… il Bates Motel di Psycho!

Alfred Hitchcock fu pesantemente e dichiaratamente influenzato dalle opere di Hopper. 

Night Windows (1928) e Room in New York (1932) sono evidenti riferimenti per La Finestra Sul Cortile, capolavoro con James Stewart e Grace Kelly (cliccate sulle immagini per ingrandirle)

Ma non fu solo il “maestro del brivido” a subire il fascino del pittore newyorkese, anche Dario Argento, Wim Wenders, David Lynch hanno colto a piene mani nelle tinte brillanti ma allo stesso tempo quasi asettiche delle sue opere.

Non mi dilungo ulteriormente ma vi consiglio caldamente questa interessante pagina del sito Effetto Arte che dettaglia l’influenza di Hopper nella cinematografia, oltre a questo sito dove sono elencati 20 film palesemente “hopperiani” (in inglese, però).

Ma questo è il mio blog, giusto? E vi ho detto che Hopper è il mio pittore preferito, corretto?

Ora, secondo voi, sarò stato influenzato anche io? Ma certo che sì!

Guardate, tra le altre, queste opere: Apartment Houses, East River (1930), Nighthawks (1942), Sunday Morning (1934)

Adoro la pienezza delle tinte, la solitudine che permea le scene, quella persistente idea del “qualcosa sta per succedere”. Mi hanno sempre ispirato e credo che questi miei scatti ne abbiano - seppur nel mio piccolo - il sapore. 

…ah, dimenticavo! La mostra!

Bella, la consiglio. Mancano molte tra le opere più famose, ma vale comunque la visita.


Di carrambate, instagram e kimono.

Vi ricordate questa foto?

La scattai nel 2012, precisamente il 21 agosto del 2012. Ricordo benissimo quel giorno; volevamo osservare dal vivo una Geisha e ci eravamo organizzati abbastanza bene: avevamo preso informazioni sul luogo dove trovarle (a Kyoto, nel quartiere di Gion, più o meno intorno a Hanamikoji Dori), sull’orario più probabile (dalle 17 in poi), sulle loro abitudini, sul come riconoscerle e soprattutto sul comportamento da tenere.

La Geisha è una artista ed è una figura estremamente rispettabile e rispettata (non mi dilungo nella sua descrizione ma vi consiglio di leggerla QUI) ed esige un adeguato atteggiamento per essere approcciata. Sono molto schive e riservate, escono solo per andare da casa a lavoro e viceversa e solitamente lo fanno a passo sveltissimo tirando dritto senza guardare altro che davanti a sé. Non vanno mai, mai e dico mai, fermate per chieder loro una foto, sarebbe una mancanza estrema di rispetto ed educazione. Tantomeno vanno disturbate in altro modo, ma è superfluo dirlo: rientra nella normale educazione (spero).

Terminato il pippone descrittivo, vi starete chiedendo: e la carrambata?

Ci arrivo. Un attimo. Siate pazienti, mamma mia che ansia.

Dunque. A questa foto sono estremamente affezionato; un po’ perché adoro il Giappone in maniera viscerale, un po’ perché mi è venuta carina assai (vero? VERO?). L’ho anche stampata su un forex da 100 x 70 cm che fa bella figura in casa ed è stata protagonista di due mie mini esposizioni.

Ieri sera l’ho condivisa sul mio profilo Instagram relativo alle mie foto di viaggio (QUI) e… ecco la carrambata… una utente mi ha detto il suo nome! No, non il suo suo, ma il suo della Geisha! Si chiama Mameharu.

Mameharu!

Finalmente la “mia” Geisha ha un nome! Un bellissimo nome, oltretutto. Ma non finisce qui, perché googlando ho trovato qualche indicazione (grazie John Paul Foster): Mameharu divenne Geisha il 24 maggio del 2012, quindi circa tre mesi prima del mio scatto, ma - e qui c’è un’ulteriore sorpresa - sì è ritirata il 20 maggio del 2013.

Non so il perché del ritiro. Posso solo immaginare che sia stato per sposarsi, visto che le Geisha sono nubili e possono appunto sposarsi solo ritirandosi dalla professione.

Mi piacerebbe contattarla, mostrarle la mia foto per sapere se le piace, ma sarà praticamente impossibile.

Comunque sia ti auguro buona vita, Mameharu, e grazie per aver impreziosito il mio scatto con la tua eleganza.


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